Il parto cesareo in Italia: ciò che spesso non viene trattato nei corsi Pre-Parto (un'esperienza vissuta in Puglia)

Quasi un terzo di tutte le nascite in Italia avviene con taglio cesareo: uno dei tassi più alti d’Europa. Eppure, in molti corsi di preparazione al parto in tutto il Paese, specialmente nel Sud, al parto chirurgico viene dedicato poco o nessun tempo. Cosa succede quando il parto per cui non eri preparata è proprio quello che ti capita?

Vale anche la pena notare che le esperienze di parto in Italia possono variare in modo significativo a seconda del luogo in cui ci si trova. Il Nord e il Sud del Paese differiscono notevolmente nell'approccio all'assistenza alla maternità, e i tassi di taglio cesareo nelle regioni meridionali sono notevolmente superiori alla media nazionale. Anche all'interno delle regioni, le esperienze possono variare da un ospedale all'altro. Il coinvolgimento dei partner durante il travaglio e le informazioni fornite alle mamme in anticipo sono tutt'altro che uniformi. Questo rende la preparazione ancora più importante, ovunque vi troviate in Italia.

Ho parlato con Valeria, che vive in Puglia, nel sud dell'Italia. Questa è la sua storia, vera e cruda, raccontata con le sue stesse parole.


Valeria nell'estate del 2018

Prima dell'intervento

In occasione della mia prima gravidanza il taglio cesareo non è stata un’opzione ma una necessità dettata dall’urgenza. Martino sarebbe dovuto nascere con un parto naturale ma, nonostante fossi ormai alla 40° settimana e nonostante le sollecitazioni dovute al parto indotto, Martino non ne voleva sapere di nascere. Così nell’estate 2018, dopo 9 ore di travaglio e contrazioni che voglio solo dimenticare, sono stata portata in tutta fretta in sala operatoria per un taglio cesareo d’urgenza. Il battito cardiaco di Martino cominciava a rallentare e la dilatazione del mio utero era solo di 1 cm. Impossibile sperare ancora in un parto naturale. Tutto è successo così in fretta e in modo così confuso che ricordo a malapena quandomi ha chiesto il permesso per procedere con un cesareo, ma in una situazione di emergenza ad alto rischio come quella, credo che sia dovere dei medici prendere decisioni rapide.

Mi rammarica solo non aver ricevuto le informazioni giuste al momento giusto: pur avendo frequentato assiduamente il corso pre-parto, nessuno mi aveva parlato dell’eventualità di un cesareo. Una grandissima pecca per un corso che dovrebbe preparare le gestanti a ogni evenienza, compreso un intervento chirurgico che comporta grandi sofferenze, soprattutto nel post operatorio.

Nessuno mi aveva parlato dell’eventualità di un cesareo.

Il parto in sé

La sala operatoria durante un cesareo d’urgenza diventa un limbo che la paziente stenta a comprendere. C’è tanto caos intorno, azioni che si compiono in automatico e tantissima paura che qualcosa di brutto possa succedere. 

C’era tanta gente intorno a me, ma ho difficoltà a definire quanto personale si affollasse nella stanza nell’intento di far nascere il mio bimbo. Di sicuro non c’era nessuno dei miei affetti più cari, ma questo era già nel piano: negli ospedali del Sud Italia i papà non possono assistere facilmente al parto naturale, figuriamoci ad un parto cesareo.

Negli ospedali del Sud Italia i papà non possono assistere facilmente al parto naturale, figuriamoci ad un parto cesareo.

 Ho sentito tutto ciò che avveniva intorno e dentro di me, letteralmente dentro il mio corpo: i medici che tagliavano i vari strati di tessuto, le mani che manovravano i miei organi interni per afferrare Martino e farlo finalmente venire alla luce, il taglio che veniva chiuso.

Ma, nonostante lo stordimento, durante quegli interminabili minuti in sala operatoria io continuavo a chiedermi: dov’è Martino? Che fine ha fatto il mio bimbo? E soprattutto, perchè non ho sentito il suo pianto? 

Il personale dell’ospedale non mi ha neppure mostrato il bambino e questo lo ricordo come un momento di pura angoscia. Ho subito immaginato che ci fosse stato qualche problema e qualche rassicurazione in più sarebbe stata gradita. 

Per fortuna Martino stava bene, l’ho potuto stringere a me qualche minuto dopo essere uscita dalla sala operatoria, dopo questa incredibile disavventura con lieto fine

Il recupero

Dopo la nascita di Martino sono rimasta nel reparto per 3 giorni, come suggerisce la prassi dopo un parto cesareo. 

Condividevo la stanza con altre 3 donne, ma inutile dire che dopo un cesareo si gradirebbe solo pace, silenzio e la vicinanza di una persona cara che si prenda cura di te. Invece mi sono ritrovata in una stanza d’ospedale fredda e squallida, lontana dal partner (i papà possono far visita alla neo mamma e al bambino solo un’ora nel pomeriggio) e dalle comodità di casa. Per fortuna hanno concesso almeno a mia mamma di farmi compagnia qualche ora in più, ma solo perchè il dolore post operatorio era intollerabile e io non riuscivo a occuparmi di Martino e di me stessa. 

A proposito del dolore, c’è una maniera strana e un pò criticabile di gestire una puerpera nei nostri ospedali: il personale è spesso superficiale, ai limiti del menefreghismo. Capisco la necessità di stimolare la paziente a non arrendersi alla sofferenza, ma un po’ di premura in più sarebbe stata apprezzata.  Soprattutto per l’allattamento, missione che può rivelarsi eroica nelle prime ore di vita del bambino e che invece diviene un imperativo imposto con severità dalle ostetriche.

L’aspetto emotive

Partorire non è stata l’esperienza più felice della mia vita. Mi aspettavo un momento complicato ma pieno di gioia, così come ci raccontano ai corsi pre-parto, nei post Instagram di persone famose, nelle narrazioni romanzate dedicate alle future mamme.

Partorire non è stata l’esperienza più felice della mia vita. Mi aspettavo un momento complicato ma pieno di gioia, così come ci raccontano ai corsi pre-parto, nei post Instagram di persone famose, nelle narrazioni romanzate dedicate alle future mamme.

Partorire è un’esperienza traumatica per tutte le donne, ma in alcuni ospedali del Sud Italia lo è ancora di più.

C’è ancora poca attenzione agli aspetti emotivi dell’esperienza, soprattutto nelle delicatissime ore post-parto, dove il baby blues si mischia al dolore fisico e alla sensazione di sentirsi completamente impreparati.

Senza parlare del cocktail di ansia e paura che attanaglia le donne colpite dalla depressione post-partum. Categoria della quale, ahimè, io ho fatto parte.

Ma non voglio che questo racconto personale sia solo un buco nero fatto di pessimismo e negatività.

Partorire è stato traumatico, lo ribadisco, ma oggi scrivo questo racconto con accanto mio figlio Martino, una delle cose più belle che mi sia capitata nella vita.

Partorire è stato traumatico, lo ribadisco, ma oggi scrivo questo racconto con accanto mio figlio Martino, una delle cose più belle che mi sia capitata nella vita.

E allora aggiungo che partorire è difficile, ma ne vale sempre la pena.

E difatti, ci sono ricascata. Nel 2024 ho dato alla luce il mio secondo figlio, Yuri.

Ma questa è un’altra storia, magari la narrerò nel prossimo episodio :)


Il parto non sempre va secondo i piani e il silenzio che circonda queste esperienze può far sentire isolate. Quando le donne sentono solo racconti positivi sul parto, possono avere l’impressione che la loro esperienza difficile sia in qualche modo insolita. Condividere le storie più difficili è importante, non per spaventare, ma per normalizzare, dare valore e assicurarsi che nessuna donna si senta sola in ciò che ha vissuto.

La storia di Valeria non è insolita. Un cesareo non programmato non è un evento raro e in Italia il parto chirurgico è comune. Eppure rimane un argomento secondario in molti programmi di educazione prenatale. Se sei incinta all'estero e vuoi assicurarti di affrontare il parto informata su ogni eventualità, compresi l'intervento e il recupero, sarei felice di aiutarti. Le informazioni giuste, al momento giusto, cambiano tutto.

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